CEFALO E PROCRI - CALIPSO E ODISSEO - FILEMONE E BAUCI
Drammaturgia Giorgio Bellomo
Drammaturgia Emanuela Ersilia Abbadessa
Musiche di Matteo Sarcinelli, Davide Sebartoli, Lorenzo Sorgi
Testo di raccordo di Emanuela Ersilia Abbadessa e Giorgio Bellomo
Con la partecipazione straordinaria del professor Giorgio Bellomo
Cefalo Mariateresa Federico*
Procri Ziyu Wu*
Calipso Ziyu Wu*
Odisseo Xiaosen Su*
Filemone Omar Cepparolli
Bauci Mariateresa Federico*
Thanatos Nicol Fano (Allieva Attrice Scuola del Teatro Musicale STM)
Professore Matteo Morigi
Direttore COSIMO GRAGNOLI
Regia scene e costumi GIULIO LEONE
*Allievi Accademia AMO
Trio del Conservatorio Guido Cantelli di Novara
Clarinetto Andrea Pongiluppi
Pianoforte Yura Okawa
Violoncello Aurora Sciammetta
Produzione Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara in collaborazione con
Accademia dei Mestieri d’Opera del Teatro Coccia – AMO, STM- Scuola del Teatro Musicale,
Conservatorio “Guido Cantelli” di Novara
Con il sostegno di Camera di Commercio
Main Sponsor Accademia AMO Techbau
E’ un incontro, un dialogo tra mito, musica e canto: Un dialogo fra Thanatos (la Morte, compagna di Eros) e un anziano professore di Biochimica. Thanatos è venuta a rapire sua moglie. Di fronte alla sorpresa e al dolore gli chiede che cosa lei gli abbia dato oltre a quel sentimento intangibile e di poco conto che gli umani chiamano “amore”. E che cosa sia, poi, questo amore. Il Professore ha, in realtà, dedicato la sua attività scientifica allo studio della biochimica e della neurobiologia dell’amore ma dei suoi studi non gli rimane nulla. Tutto è perso. E quando si perde tutto, ciò che rimane è il mito: gli rimangono i miti che ricordano alcuni aspetti dell’amore. E li racconta a Thanatos.
Calipso, il mito che narra il desiderio e la passione erotica che fa allontanare ed estraniare dalla realtà e fa promettere tutto, anche l’impossibile, pur di avere sempre con sé la persona che si desidera, ma che si è, inevitabilmente, destinati a perdere.
Cefalo e Procri il mito che racconta di sospetti, di gelosia, di tradimenti, di possesso, di violenza e, anche in questo caso, inevitabilmente, di tragedia.
Thanatos è affascinata da questi racconti e, prima di andarsene, come ringraziamento, vuole concedere alla moglie del professore un supplemento di vita. Ma lui la trattiene per raccontarle un ultimo mito: Filemone a Bauci, il mito che celebra la vera felicità di una vita iniziata e finita insieme alla persona amata.
Thanatos conclude la sua visita: “Ho capito – dice - Tornerò a ritrovare … entrambi…”
perché l’amore è un mito talmente antico,
che nessuno può distruggerlo [...]
(Mia Martini)
Quest’opera vuole interrogare la Morte senza farne un tabù, ma una presenza. Non un’ombra che incombe, ma un’intelligenza che osserva, che si fa domanda, ascolto, respiro. Accanto a lei, un Professore che ha abitato più i pensieri che il corpo, e che ora si ritrova a cercare nel mito l’unica misura possibile di ciò che non si può misurare: l’amore. Il mito, con la sua lingua primordiale e viva, diventa rifugio e rivelazione. In esso, l’amore si spoglia dei consueti e torna essenza: gesto, ferita, dono, luce. Attraverso Cefalo e Procri, Calipso e Odisseo, Filemone e Bauci, si attraversano tre stazioni di un unico viaggio — il desiderio che ferisce, l’attesa che consuma, la dedizione che salva. Lo spazio scenico è ridotto a segni essenziali: soglie, colori ed elementi impalpabili. È un luogo sospeso dove il reale e l’irreale convivono, dove la materia si fa pensiero e il vuoto diventa presenza. Le micro-opere emergono come apparizioni interiori, immagini che affiorano dal profondo e del racconto, nella sua più potente verità, come visioni di un sogno che non appartiene né al tempo né alla memoria. In questo allestimento il mito non è un racconto del passato, ma una lingua estrema, che parla quando tutto il resto — scienza, ragione, corpo — si dissolve. È ciò che resta quando non resta più nulla da dire. La scena diventa allora un vuoto fertile, una soglia dell’anima dove le immagini non spiegano ma evocano, e ogni gesto, ogni suono, ogni pausa si fa essenziale. I Tre Volti dell’Amore non ricerca il realismo, ma la verità del momento. È un tentativo di ascoltare l’amore nella sua forma più pura: non quando è arrivo, costrutto, lusso o capriccio, ma quando si fa conoscenza; non quando è promessa, ma presenza. E in questo spazio sospeso, dove la parola tace e il gesto resta, l’amore insegna come un dogma primordiale: senza voce, senza nome, solo con la sua verità più antica dell’uomo stesso.
Giulio Leone
Giulio Leone
Giulio Leone
