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LA PAURA

3 Dicembre 2015 ore 20:30

Giovedì 3 dicembre 2015 ore 20.30

Rassegna Fuori Stagione


LA PAURA

Prima esecuzione assoluta

Opera in un unico atto da un racconto di Federico De Roberto
Musica di Orazio Sciortino
Libretto di Alberto Mattioli e Orazio Sciortino

Direzione d’orchestra Orazio Sciortino
Regia di Simona Marchini

Scene e costumi Giuseppe Salvatori
Orchestra Talenti Musicali

Commissione e produzione Fondazione Teatro Coccia Onlus


Personaggi:
Il tenente Alfani – tenore BLAGOJ NACOSKI
Il sergente Borga, lombardo – baritono TIZIANO CASTRO
Il caporale, campano – basso DANIELE CUSARI
Il soldato Ricci, marchigiano – tenore VLADIMIR REUTOV

Soldati, comparse recitanti (Allievi II e III corso Attori della Scuola del Teatro Musicale – STM)
Il soldato Caletti, romano
Il soldato Maramotti, veneto
Il soldato Zocchi, romano
Il soldato Gulizia, siciliano
Il soldato Morana
Coro di soldati


Accogliendo e producendo opere contemporanee, il Teatro Coccia investe di fatto nel futuro della lirica italiana e intende avvicinare al teatro anche un pubblico più giovane. Già nel 2014 aveva scelto di commissionare un’opera lirica al giovane compositore Paolo Coletta: Il Canto Dell’amore Trionfante, scritto su ispirazione di un racconto di Turgenev. Così anche nel 2015. Il Teatro ha infatti commissionato al compositore Orazio Sciortino- giovane e affermato musicista- l’opera La paura – tratta da un racconto di Federico De Roberto, libretto di Alberto Mattioli – ambientata in una trincea italiana sul confine austriaco durante la Prima Guerra mondiale. In scena un gruppo di soldati, ognuno dei quali parla nel suo dialetto: una sequenza di voci diverse che caratterizzano i singoli uomini, fotografando la situazione di un Paese dove molti ancora non possedevano la lingua nazionale. La regia dell’opera sarà affidata a Simona Marchini, attrice e regista di numerose opere liriche.

La vicenda si svolge in poche ore, in una trincea italiana sul confine austriaco durante la Prima Guerra Mondiale. I nemici austriaci non danno segni di vita: invisibili e distanti appena cinquecento metri, sembrano concedere una sorta di tregua. Una tranquillità che rende spettrale la natura, inospitali i paesaggi di montagna e, in quel silenzio, il cuore trema. Un improvviso bombardamento da parte austriaca rompe la tregua, un soldato italiano è abbattuto mentre cerca di raggiungere il posto di vedetta. Il tenente Alfani, protagonista dell’intero racconto, si trova costretto a mandare continuamente uomini per difendere il posto di vedetta. Ogni soldato, chiamato a coprire il turno stabilito, sa di essere destinato a morire, manifestando la propria angoscia, ognuno con il proprio dialetto, nel breve colloquio con il tenente. Alfani si fa carico del terrore di ciascuno dei suoi soldati ed è combattuto fra il dovere, sentito e forte, di obbedire ai comandi e la consapevolezza dell’assurdità della morte. Così l’intera opera è scandita dai “ta-pum” dell’invisibile cecchino austriaco e dall’inevitabile susseguirsi di caduti. L’ultimo dei chiamati, il soldato Morana, il più coraggioso e decorato di tutti, unico del plotone a parlare italiano, si rifiuta di andare. E, dopo un confronto tragico col tenente, compie il gesto che chiude l’opera: si uccide per paura di essere ucciso.

Il percorso doloroso della memoria dovrebbe costituire un fondamento di consapevolezza della storia, della vita di un popolo, nel tentativo di stabilire un monito, nella volontà di non ripetere orrori e stragi. Frustrante è invece la constatazione del tragico divario tra il facile accesso allo studio del passato e un’umanità sempre più cieca nei confronti del dolore che si rinnova e sorda al grido di quelle anime scolpite nei memoriali, nelle piazze, nel nostro tempo. La tecnica istruisce ma non insegna, perché a mancare sono le lacrime, gocce di tempo di quegli occhi vivi a cui non abbiamo teso le orecchie quando avremmo dovuto. I nonni non possono più raccontare il sangue delle trincee, e noi non possiamo più ascoltare la voce rauca di un’Italia, dell’Ultima Italia, che si è compiuta. I nonni non possono più raccontare quanti dialetti le acque dell’Isonzo o le rocce del Carso udirono, e quanto eroismo vide giovani corpi sfilare sotto i tiri micidiali degli austriaci. I nonni non possono più raccontare che i nomi che oggi sono vie e piazze d’Italia un tempo erano luoghi della lacerazione, della passione spezzata, della speranza di un futuro migliore. Così la Grande Guerra è diventata la grande guerra della poesia e dei racconti, di Gadda, De Roberto, Rebora, la cui memoria non conosce gli opportunismi del mercato mediatico ed è destinata a sopravvivere nel cuore di chi crede nel potere della bellezza e della storia.
Orazio Sciortino


L’opera, in un atto unico, è pensata come un’unica arcata formale suddivisa in sezioni caratterizzate dallo scambio di battute tra il soldato chiamato al turno e il tenente Alfani. Nel succedersi di queste sezioni, o scene, a cambiare non è lo scenario ma il contesto timbrico che delinea un nuovo personaggio, una diversa percezione del destino, della paura. Il tenente Alfani, il caporale, il sergente e il soldato Ricci nel suo breve intervento sono gli unici a utilizzare diverse tipologie di vocalità. Ogni soldato invece, nel breve dialogo col tenente, pronuncia pochissime frasi, spesso poche parole, in una sorta di recitato con una libera inflessione vocale. A caratterizzare lo stato d’animo e il profilo psicologico dei singoli “condannati” contribuisce la scrittura strumentale che sostituisce il lirismo non pronunciato dei militari. I silenzi di quest’ultimi, in contrappunto con gli strumenti, rappresentano la voce di coscienza, l’umana consapevolezza del confronto con l’inevitabile destino a cui vanno incontro.

Quando Orazio Sciortino mi ha chiamato per condividere un’esperienza così singolare, per un attimo ho avuto il sano timore di un salto nel vuoto. Poi, la stima per lui e la qualità della proposta mi hanno convinta ad accettare la “sfida”. Sì, perché nel nostro lavoro in generale ogni volta ci si mette alla prova e si rischia… senza mediazione: siamo noi da un parte e il pubblico dall’altra. E in mezzo, il giudizio.
Bene, una volta entrata “dentro” la scena, ho immaginato come rendere, senza retoriche o didascalie troppo ovvie, quella sintesi sublime che Federico De Roberto era riuscito a dare dello sgomento, del disorientamento, dell’attesa alienante della morta. Tutto questo in un contesto feroce e estraneo ai più, sia nelle motivazioni, sia nella prassi.
Creature giovani e giovanissime, vittime inconsapevoli di qualcosa che, come sempre nella storia degli umili, decide e passa sopra le loro teste, le loro vite, le loro piccole realtà. In una parola l’orrendo, ingiusto, eterno gioco della guerra, diletto mostruoso di interessi e potere sempre riproposto. Mutevole negli attori, ma uguale nei contenuti.
E’ con infinita tenerezza che mi sono avvicinata al testo, avendo sempre in mente il monumento che mi fece piangere quando me lo trovai davanti: Re di Puglia. Quel “Presente” ripetuto all’infinito mi risuonava in cento dialetti e suoni diversi nella memoria e mi stringeva il cuore… Così ho immaginato una asciuttezza emozionale e simbolica del “contenitore” che circondasse la realtà quotidiana e spietata di quella trincea un po’ assopita, dove Boemi e Italiani si scambiavano pagnotte e sigarette in una stasi grigia, su una montagna a sua volta grigia, e brulla, silente. D’improvviso tutto cambia. I Croati sostituiscono i Boemi con ferocia guerriera e tattica inaspettata. Il dramma si consuma rapidamente… fino al soldato Maia che rifiuta di compiere l’ispezione. Un finale agghiacciante e potente, un’accusa eterna alla follia dei potenti.
Semplice e violento atto d’accusa universale che anche oggi è sulla bocca di chi muore innocente, di chi non può scegliere il senso del suo agire e dell’essere lì, in quel momento. Per rendere un sentimento e un’emozione così potente, ho chiesto la collaborazione di un artista, Giuseppe Salvatori, per la sua sensibilità intellettuale e l’eleganza del segno, e perché è capace, come me, di una lacrima di pietà per un piccolo soldato sopraffatto dagli eventi. Anche la montagna, quindi, con le sue vene dorate, partecipa al dolore e subisce la violenza degli uomini.
Mi sento a questo punto di ringraziare sinceramente tutti i collaboratori, da Franco Micieli a Emiliana Paoli, a tutti gli amici e i tecnici del teatro.
Mi auguro che l’intenzione di rendere protagonista il sentimento e l’emozione sia ciò che arrivi al pubblico. Perché resti nel cuore di tutti un unico sentimento: la conquista della pace. Per il mondo.
Simona Marchini

Ho immaginato — ho visto — una scena di superfici in successione i cui profili dentati costituiscono di per sé un’invalicabilità, l’angoscia d’un orizzonte negato alla consolazione dell’occhio.
La visione vera di un cielo buio rovesciato con la doppia funzione di sipario e sudario, ma anche bocca crudele: ferita e feritoia insieme, nel racconto breve di un’alba tragica.
Una scena dallo spazio interdetto ad ogni movimento, ad ogni speranza, quasi senza narrazione, da qui il profilo/muro della montagna che, come corpo offeso, è percorsa e irrorata da arterie aurifere: tracce di scavo della conquista di postazioni preziose per l’opera di difesa e attacco nel dominio delle altezze, ma infine teatro di sacrifici assurdi e inaccettabili.
Più sotto, scoperta, la trincea, in cui si aprono stanze come bocche di solitudine; il perimetro nella cui nudità si consuma il racconto d’un dramma universale: il conflitto di uomini semplici chiamati alla paura, la stessa che sembra perpetuarsi nella storia fino a noi e che qui si trasfigura nel luogo umanissimo e disperato di una trincea.
Giuseppe Salvatori

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Dettagli

Data:
3 Dicembre 2015
Ora:
20:30
Categoria Evento:
Sito web:
www.fondazioneteatrococcia.it

Luogo

Teatro Coccia
Teatro Coccia Via fratelli Rosselli, 47
Novara, NO 28100
+ Google Maps
Telefono:
0321233201
Sito web:
https://www.fondazioneteatrococcia.it/