immagine Ernani

Opera Lirica
Musica di G. Verdi
Libretto F.M. Piave

Violetta Valéry Rakhsha Ramezani Meiami
Flora Bervoix Simona Ruisi
Annina Federica Vinci
Alfredo Germont Mauro Secci
Giorgio Germont Sergio Bologna
Gastone Francesco Scalas
Barone Douphol Filippo Rotondo
Marchese d’Obigny Semyon Basalaev
Dottor Grenvil Luca Sozio
Giuseppe Gianmario Cucca
Commissionario/Domestico Wankyung Park

Regia Giuseppe Dipasquale
Assistente alla regia Mirco Michelon

Coreografie Giuliano De Luca

Ballerini Francesco Alfieri,Alessandra Gaboli,
Arianna Lenti,Matteo Maringola,
Blendi Meti,Elisa Perini

Direzione d’orchestra
Riccardo Bisatti e Carlo Emilio Tortarolo (Accademia AMO)

Maestri collaboratori
Eunmi Ahn, Yuka Maeda, Hinako Kosaka (Accademia AMO)

Orchestra Carlo Coccia
Coro San Gregorio Magno

Scenografie realizzate da Arte Scenica s.a.s. - Reggio Emilia
Costumi di Artemio Cabassi realizzati da Arte Scenica s.a.s – Reggio Emilia
Luci Ivan Pastrovicchio

Produzione Fondazione Teatro Coccia


La traviata è un'opera in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio) La signora delle camelie.
La prima rappresentazione avvenne al Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853. L'inizio dell'opera piacque al pubblico, ma dal secondo atto in poi cominciò a scemare e l'esito complessivo, a detta dello stesso Verdi, fu un fiasco.
Il compositore sostenne ripetutamente (come aveva già lasciato presagire prima del debutto), che la responsabilità dello scarso entusiasmo del pubblico non era imputabile alla musica, ma ai cantanti, reputati non altezza sia vocalmente che fisicamente.
In rotta con l'amministrazione del Teatro La Fenice, rea di non aver accolto le sue critiche sulla scelta degli artisti, Verdi decise di non autorizzare altre messe in scena de "La Traviata" se i panni di Violetta, Alfredo e Giorgio Germont non fossero stati indossati da artisti fisicamente e tecnicamente adeguati ai ruoli.
A causa della forte critica alla società borghese del tempo, l'opera, nei teatri di Firenze, Bologna, Parma, Napoli e Roma, fu rimaneggiata dalla censura e messa in scena con alcuni pezzi totalmente stravolti. Sempre per sfuggire alla censura, La Traviata dovette essere spostata come ambientazione cronologica dal XIX secolo al XVIII secolo.


Questa Traviata, vuole essere per me il racconto di una morte:
Violetta muore come emblema di un amore puro (Lei che amore ha venduto).
Violetta muore nel tentativo del riscatto morale (è la stessa società cui vorrebbe appartenere che la uccide).
Violetta muore per un contagio sociale, più che per una malattia di consunzione.
Vorrei che questo avvenisse attraverso il racconto dell’ultimo palpito di Violetta, ovvero come se i primi tre quadri non fossero altro che contenuti nel quarto.
Difatti tutto ha avvio dal momento dell’agonia finale e come un sogno o come una possibilità di rivedere la propria vita si rimette indietro come orologio dei ricordi, come orologio vitale.
E’ lo stesso Verdi a suggerirci questo. Il movimento iniziale del Preludio è lo stesso con cui si apre il terzo atto. Ma dentro l’incipit si sviluppa il tema del brindisi, dove si declina fino all’ estremo il tema della gioia come salvifico edonismo per esorcizzare la follia dei tempi.
Ed è proprio il termine “GIOIA” la chiave dell’edonismo mortuale che Verdi, e Piave insieme a lui, ci propongono. Gioia come sfrenato edonismo per esorcizzare la morte (“sempre libera…”). Gioia come amore ritrovato contro l’effimero piacere del momento. Ed infine Gioia come finale tragico su cui Violetta perisce senza possibilità di riscatto. Morte senza riscatto vitale, morte senza riscatto sociale, poiché lo sguardo della società costringe Violetta a morire di pregiudizio, ponendo la sua malattia come metafora della consunzione dell’anima all’interno di un mondo ormai ingovernabile
dell’effimero.

Giuseppe Dipasquale