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Fondazione Teatro Coccia











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Turco in Italia

“IL TURCO IN ITALIA”
dramma buffo in due atti
Musica di Gioacchino Rossini
Maestro Concertatore e Direttore Marcello Rota
Regia e Scene di Beppe de Tomasi
Costumi di Giovanni Gobbi
Maestro del Coro Gianmario Cavallaro - Movimenti scenici
Cristina Molteni
Orchestra Sinfonica Carlo Coccia - Coro e Corpo di Ballo del
Teatro Coccia
Produzione Fondazione Teatro Coccia
OPERA
Venerdì 9 febbraio 2007 ore 20,30 - Turno A
Domenica 11 febbraio 2007 ore 16,00 - Turno B
MANIFESTO

TRAMA

ATTO PRIMO. Il Poeta, disperatamente in cerca di un
soggetto per un’opera buffa, incontra una banda di zingari,
che gli sembrava adatti per una vivace introduzione. Egli
pensa quindi di aggiungere alla storia dei suoi conoscenti
la capricciosa Fiorilla ed il suo geloso ed anziano marito
Don Geronio. Quest’ultimo passa di lì proprio in quel
momento, in cerca di una zingara che possa leggergli la
fortuna. Si fa avanti Zaida che, dopo una breve occhiata,
avanza subito qualche dubbio sulla fedeltà di sua moglie.
Geronio se ne va su tutte le furie. Ma anche la storia di
Zaida è piuttosto triste; ella ha infatti amato un sultano
turco che, credendola infedele, l’ha cacciata.
Dopo che tutti sono usciti di scena, compare Fiorilla. La
ragazza è annoiata e, quando giunge una nave turca dalla
quale sbarca il principe Selim, ella comincia immediatamente
a corteggiarlo ed i due si allontanano per una breve
passeggiata. Il “cavalier servente” di Fiorilla, Don
Narciso, viene a cercarla, ma trova invece il Poeta e Don
Geronio, che dice di aver visto sua moglie invitare a casa
il Turco per prendere una tazza di caffè. A casa di Fiorilla
Selim non perde tempo, ma prima che egli riesca a
convincerla a fuggire con lui giungono Geronio e Narciso.
Fiorilla li umilia entrambi, ma il Turco si allontana,
contrariato dall’interruzione del suo tète-a-tète. Anche
Narciso se ne va. Tra Fiorilla e Geronio scoppia un litigio,
e la capricciosa moglie decide di dare una lezione al
marito.
Frattanto il Poeta ha scoperto che Selim altri non è che il
vecchio amante di Zaida ed organizza un incontro fra loro
affinché si chiarisca il vecchio malinteso. Ma proprio in
quel momento giunge Fiorilla, ed il sipario cala sulla
battaglia fra le due donne, che il Poeta fomenta con
astuzia.
ATTO SECONDO. Mentre Geronio ed il Poeta stanno
bevendo in una locanda, giunge Selim e si offre di comprare
Fiorilla. Geronio si offende ed i due vengono quasi alle
mani. Allontanatisi tutti, giunge nella locanda Fiorilla,
che lì aveva dato appuntamento a Selim. Ella ha invitato
anche Zaida, affinché il Turco fosse costretto a scegliere
fra le due donne. Ma Zaida se ne va indignata e Fiorilla
decide di concedersi a Selim. Nella scena seguente il Poeta
rivela a Geronio il piano di Fiorilla. La sera stessa ella
si recherà ad un ballo mascherato, e fuggirà con Selim. Ma,
grazie alle macchinazioni del Poeta, arriva anche Zaida,
mascherata in modo identico, e con lei Narciso vestito da
turco. Accade così che Selim fa per errore le sue proposte a
Zaida, la quale accetta. A scoperta avvenuta, Selim non sarà
dispiaciuto per l’equivoco. Poiché Fiorilla, stanca dei suoi
capricci, chiede perdono a Geronio. Ed anche Selim, giunto
per imbarcarsi con Zaida, chiede di essere perdonato. Ognuno
accetta felicemente le scuse degli altri. Il poeta dichiara
terminato il suo libretto e compete al coro finale recitare
la morale del caso: “E’ lieve l’error, se sorge da quello
più bello l’amor”.
NOTE

Vi sono opere che sarebbero ingiustamente precipitate nel
dimenticatoio della critica e della predilezione del
pubblico ove un’esecuzione di valore assoluto non ne avesse
disvelato contenuti ben degni di ripo rtarle nel circuito di
fruizione corrente.
Siano dunque benedetti Gavazzeni, Zeffirelli, Maria Callas e
Mariano Stabile per avere letteralmente “resuscitato”, in
un’edizione fortunatamente immortalata su disco, Il Turco in
Italia.
Opera ingiustamente dimenticata, la quale sarebbe bastata da
sola a fare la celebrità di un musicista che non avesse
scritto gli altri capolavori di Rossini. Fu dunque il
“Turco” la vittima dei suoi fratelli maggiori? Comunque
siano andate le cose, a noi non sembra affatto di trovarci
qui di fronte a un Rossini minore; e quand’anche così fosse,
dovremmo allora dichiarare il nostro debole per questo
“Rossini minore”. Se nel Turco in Italia mancano le pagine
rutilanti e scoppiettanti di brio dell’ Italiana in Algeri o
del “Barbiere”, vi è in cambio una vena di ironia distaccata
e lieve in cui la famosa “olimpicità” di Rossini fa forse la
sua prima apparizione; e qua e là delle tracce di un
mozartismo rossiniano che ci sembrano prelibatissime.
Sarebbe interessante studiare il fatto della poca fortuna
esecutiva del Turco in Italia. Potrebbe soccorrerci il
Leopardi nel Suo “ Parini, ovvero della gloria”, ove si
addiviene alla conclusione che i giudizi dominanti sulle
opere d’arte sono quasi sempre ciecamente abbracciati da una
maggioranza incapace di un giudizio proprio; e che i rari
giudizi pertinenti sono perciò frutto del caso più che di un
reale discernimento. Lo stesso si è tentati di pensare per
il Turco in Italia. Troppo fine per i palati che erano
ancora bruciati dalla paprica dell’ Italiana in Algeri?
Oppure motivi al di fuori dell’arte, come il ferito orgoglio
nazionale, per la cattiva figura che vi fanno le donne ed i
mariti italiani, possono aver influito alla sfortuna
dell’opera, in quel momento di fervore risorgimentale?
Si è detto che nel Turco Rossini aveva semplicemente
rovesciato la vicenda dell’ Italiana in Algeri; e forse non
si è apprezzato quello che ci poteva essere di superiore
“divertimento” in questa burla della burla. Divertimento
tutt’altro che ingenuo e grossolano.
Il lazzo, la maccheronea dell’ Italiana hanno lasciato
precipitare, decantare in fondo all’alambicco del grande
mago (il Folengo aveva ceduto il passo all’Ariosto), tutti i
loro umori più grassi, più sanguigni; e si sono illimpiditi
in una grazia venata di ironia, come dimostra in primo luogo
la trovata di introdurre fra i personaggi il Poeta, demiurgo
che inventa l’azione dentro l’azione. La morale della favola
sarebbe perciò da cercare in una intuizione del “mondo come
teatro”.
La fantasia è la sostanza stessa della realtà e della
volontà. E questa non è solo una trovata dell’eccellente
librettista, il poeta Felice Romani; ma è proprio Rossini,
in quanto musicista, che prende gusto all’idea. E da questa
idea che in Lui diventa il sentimento metafisico di una
gratuità, di una scherzosa leggerezza dell’esistente,
governato dalla sola poesia, traggono ispirazione alcune
pagine davvero stupende, come il terzetto del primo atto,
dove il Poeta canta “Sceglier voglio per un dramma,
l’argomento che mi par…”, e i personaggi tentano inutilmente
di ribellarsi al destino che egli inventa sorridendo anche
per loro; terzetto che, per la sua “grazia” poetica vale
bene i “pappataci” dell’ Italiana in Algeri. E non è meno
geniale il quintetto delle maschere dell’ultimo atto, dove
il gioco metafisico è spinto all’estremo dell’illusione ed
il povero Don Geronio grida: “Non conosco più mia moglie!”.
Tutto in questa opera scaturisce da un Rossini allo stato
puro, nascente, che pullula in un succedersi inesauribile di
melodia, di grazia, di luce, come una sorgente su cui batte
il sole. E vanno altresì ricordati il duetto dei due bassi,
e la stupenda pagina dell’arrivo del Turco con il suo
battello la quale, al di fuori di ogni biblica suggestione,
non è certo da meno della celebrata scena delle Tenebre nel
Mosè. Non è davvero poco per un Rossini allora ventiduenne.
Franco Bombelli
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