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Fondazione Teatro Coccia












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Fille du Regiment

“LA FILLE DU RÉGIMENT”
melodramma in due atti
Musica di Gaetano Donizetti
Maestro Concertatore e Direttore Fabrizio Maria Carminati
Regia di Massimo Scaglione
Scene di Claudio Zucca - Costumi di Eugenio Guglieminetti
Maestro del Coro Gianmario Cavallaro
Orchestra Sinfonica Carlo Coccia - Coro e Corpo di Ballo del
Teatro Coccia
Produzione Fondazione Teatro Coccia
OPERA
Venerdì 30 marzo 2007 ore 20,30 - Turno A
Domenica 1 aprile 2007 ore 16,00 - Turno B
MANIFESTO

TRAMA

In Svizzera, all’inizio del diciottesimo secolo.
Maria, una giovane trovatella, è la vivandiera di un
reggimento del duca di Savoia: allevata fin da piccola tra i
soldati, ne è divenuta la figlia adottiva e in particolare
il burbero sergente Sulpizio ne è fiero e geloso come un
padre. Innamorato della fanciulla, Tonio, uno svizzero,
raggiunge il villaggio dove sono di stanza le truppe, ma
viene arrestato come spia. Maria, che ne ricambia i
sentimenti, garantisce per lui, ma quando manifesta
l’intenzione di sposarlo trova l’opposizione di Sulpizio, il
quale decreta che ella potrà sposarsi soltanto con uno dei
suoi soldati.
Poco dopo la marchesa di Berkenfield, fermatasi nel
villaggio, viene a sapere la storia di Maria e in essa
riconosce la figlia che, nata da una relazione segreta,
aveva dovuto abbandonare in fasce. Maria deve seguire la
Marchesa e la gioia di aver ritrovato la famiglia si unisce
al dolore di dover abbandonare gli amici del reggimento
(Convien partir). Qualche tempo dopo Sulpizio
si reca a
trovare la fanciulla che gli confessa di essere annoiata
dalla nuova vita, piena di vacui formalismi, e di ricordare
con nostalgia quella più libera e spensierata di un tempo.
Sopraggiungono i soldati del reggimento e con essi Tonio il
quale, arruolatosi nelle truppe del duca di Savoia, è stato
promosso ufficiale. I due giovani, sempre innamorati,
chiedono di potersi sposare, ma ottengono un nuovo rifiuto,
avendo la marchesa destinato la fanciulla ad un nobile degno
del suo nuovo stato sociale.
Le protesta appassionate di Tonio e la disperazione di Maria
riescono però a commuovere la marchesa che finalmente, senza
più curarsi di pregiudizi e convinzioni, acconsente alle
nozze.
NOTE DI REGIA

«La musica non è che una declamazione accennata da suoni e
perciò ogni compositore deve intuire e far sorgere un canto
dall’accento della declamazione delle parole. Chiunque in
questo non riesca o non sia felice, non comporrà che musica
muta di sentimento.» scrive Donizetti, che di sentimento ne
ha tanto. Sentimento e gusto per l’improbabile, per una
convenzione che lo porterà ai livelli massimi della lirica.
C’è malinconia, c’è cuore, c’è gusto per i colpi di scena,
ingenui come una fiaba che pure ha come sfondo la guerra e
il lieto fine garantito: Marie vivrà con il suo baldanzoso
Tonio, non prima di aver vissuto i tormenti di una fanciulla
le cui origini sono misteriose. Ma, come ogni fiaba che si
rispetti, la nostra figlia del reggimento dovrà superare un
condensato di guerre, di incontri, di equivoci a non finire…
Ma tutto si risolverà per il meglio. Del resto che guerra è
mai questa pensata dall’autore? Basta una voce che annuncia
l’andata via degli invasori per far tacere i cannon. Magari
fosse così, no?
Ma Donizetti vuole divertirsi e non troverà di meglio che
sottolineare come l’alta società in cui Marie dovrà vivere è
sul punto di crollare con i suoi orpelli e le sue parrucche.
Meglio dunque andarsene con il suo ardente innamorato.
Vivranno tempi migliori? Lo speriamo e intanto apriamo le
porte dei saloni e mescoliamo soldati e popolani, nobildonne
impennacchiate e energiche comari…
Ma sì, i colpi di cannone sono ormai lontani e la guerra è
guerra per tutti, no?
Massimo Scaglione
NOTE CRITICHE

Prima ancora che Les martyrs vadano in scena, i parigini
ascoltano la prima vera opera francese di Donizetti. E’ La
fille du régiment, due atti comici di Saint-Georges e
Bayard, appositamente inventati per l’Opéra-Comique, dove va
in scena la sera dell’ 11 febbraio 1840 cogliendo un
repentino successo e insediandosi stabilmente nel cartellone
della sala parigina (fra il 1840 e il 1898 raggiungerà la
ragguardevole cifra di 924 rappresentazioni).
Il solo a dispiacersene è Berlioz. Ma sul “Journal des
Débats” prende un incredibile abbaglio quando accusa
Donizetti di aver fatto ascoltare ai parigini niente altro
che una piccola partitura già rappresentata in Italia come
imitazione dello Chalet di Adam, paragonando il bergamasco
all’invasore di un Paese occupato. Donizetti rispose
attraverso una lettera al “Moniteur”: se Berlioz si fosse
preso la briga di aprire la partitura di “Betly”, già
pubblicata in Francia, si sarebbe accorto che La Fille è un
lavoro nuovissimo.
L’attacco di Berlioz nasconde però una preoccupazione.
Donizetti con l’opéra-comique dimostrava di aver penetrato,
in poco tempo e in maniera mirabile, il linguaggio
stilistico del genere francese, nella sua equilibrata
armonia fra parti cantate e parti parlate, nella sua
concisione nei finali, ma soprattutto nel suo spirito
deliziosamente francese, fatto di pregevoli sottigliezze
timbriche e di garbo nella linea del canto. Non a caso la
lunga recensione di Berlioz parla di versatilità del talento
di Donizetti che, “lasciando in disparte le antiche
abitudini, abbandonando il suo vecchio stile” si è buttato
“a testa bassa nella foresta dell’armonia francese con quasi
totale addio alle tradizioni della melodia italiana”, per
concludere che “quando un maestro può cambiare così, è
chiaro che il suo ingegno è in declino”.
Il successo parigino procura a La Fille una rapida
diffusione nei teatri europei e, conseguentemente,
l’italianizzazione dell’opéra-comique; vestendo i panni
dell’opera buffa e con la complicità di orrende traduzioni
ritmiche, le fa mutare sensibilmente i connotati di agile e
fresco soupir, gioiosamente condotto sul filo della celia
del parlato, che da noi si trasforma in recitativo, e della
grazia del verso cantato, che da noi è costretta al
sacrificio per una diversa espansione lirica; quando poi la
struttura non venga appesantita da innesti spuri come la
discutibile aria del Gianni di Calais che introduce il
protagonista, perché anche il melodramma italiano ha le sue
regole.
Se La fille du régiment è opéra-comique (la sola composta da
Donizetti) non vuol dire però che il controllo dello stile
abbia preso la mano sull’inventiva e sul carattere della
musica. Nella caratterizzazione dei personaggi ritornano
tratti già noti e se ne annunciano di prossimi: poiché Tonio
altri non è un rinnovato Nemorino, ad un passo dal diventare
l’Ernesto del Don Pasquale. E l’agreste profumo del
paesaggio svizzero si imparenta con il paesaggio campagnolo
dell’ “Elisir”, mentre la cornice salottiera è l’avanguardia
di quanto accadrà nel Don Pasquale. E, per ritornare
nell’ambito della struttura, la lezione di canto del secondo
atto riprende, pur con frivolezza tutta francese, l’andazzo
caratteristico della vecchia opera buffa.
A quanto si è detto del trasferimento italiano de La fille
du régiment, occorre aggiungere che Donizetti provvede a
ridimensionare quanto, nello spartito, gli appare troppo
francese.
Così, con i “couplets” della marchesa ad inizio
d’opera, cade anche l’intervento conclusivo di Tonio “ Pour
me rapprocher de Marie”, con il cui tono di accesa elegia il
giovane giunge a toccare l’animo della marchesa.
Opéra-comique destinata a rimanere l’unica, La Fille diede
lustro alle sue grandi interpreti, da Juliette Bourgeois a
Luigias Abbadia, dall’ “usignolo svedese” Jenny Lind alla
beethoveniana Henriette Sontag, da Adelina Patti a Lilly
Pons, da Toti Dal Monte a Joan Sutherland. E complimento
migliore non ebbe di quello di Felix Mendelssohn il quale,
in un salotto londinese di denigratori, affermò: “Confesso
che vorrei averla scritta io”. Con buona pace di Berlioz.
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