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Fondazione Teatro Coccia




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La Stagione del Teatro Coccia >
Opera e Balletto>Otello

“OTELLO”
dramma lirico in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi
Maestro Concertatore e Direttore Gianluca Martinenghi
Regia di Dieter Kaegi
Scene e costumi Gabris Ferrari
Maestro del Coro Giorgio Mazzucato
Orchestra Filarmonia Veneta “G. F. Malipiero” - Coro del
Teatro Sociale di Rovigo
Coproduzione Fondazione Teatro Coccia Novara e Teatro
Sociale Rovigo
OPERA
Sabato 20 gennaio 2007 ore 20,30 - Turno A
Domenica 21 gennaio 2007 ore 16,00 - Turno B
MANIFESTO

TRAMA

ATTO PRIMO. La flotta di Otello, governatore moro di
Cipro, è reduce da una vittoriosa campagna contro i turchi.
Imperversa un violento uragano e le navi faticano ad entrare
in porto: tutti invocano la protezione di Dio, tranne
l’alfiere Jago. Egli odia Otello, che in passato gli ha
negato una promozione preferendogli Cassio, e subito
comincia a tramare l’inganno che finirà per perdere Otello.
A Roderigo, che gli ha confidato di amare la bella
Desdemona, moglie del governatore, dice che anche Cassio
nutre per la donna gli stessi sentimenti. Poi aizza Cassio
contro Roderigo: i due snudano le spade, ma Montano si
interpone ed è ferito da Cassio. Tornata la pace in città,
il moro resta solo con l’adorata Desdemona.
ATTO SECONDO. Jago convince Cassio a chiudere
l’intercessione di Desdemona per riacquistare il favore di
Otello, mentre a questi, nel frattempo sopraggiunto, insinua
nell’animo il sospetto che Cassio ami Desdemona e ne sia
ricambiato. Poi costringe la moglie Emilia a procurargli un
fazzoletto di Desdemona; quando il moro, furente ed
incredulo, gli chiederà una prova dei presunti convegni
segreti fra Desdemona e Cassio, Jago dirà allora di aver
visto un fazzoletto di Desdemona tra le mani di Cassio.
Otello giura vendetta.
ATTO TERZO. E’ annunciato l’arrivo di una galea che
porta gli ambasciatori veneti, ma Otello è tutto preso dal
suo tormento. Quando Desdemona intercede per Cassio le
chiede, per tutta risposta, di mostrargli il fazzoletto che
le ha regalato come talismano; Desdemona non lo trova ed
Otello la scaccia. Compare Jago e il moro gli chiede altre
prove del tradimento. Jago lo invita ad ascoltare, non
visto, un suo colloquio con Cassio durante il quale,
trascinando costui in una conversazione licenziosa a
proposito di Bianca, una cortigiana, la conduce in modo da
far credere ad Otello che si stia parlando di Desdemona.
Quando Cassio mostra il fazzoletto fatale che Jago, a sua
insaputa, è riuscito a fargli trovare in camera, Otello,
pazzo di gelosia, giura di uccidere Desdemona e nomina Jago
capitano al posto di Cassio. Ma l’ambasciatore Lodovico,
giunto nel frattempo da Venezia, sconvolge i piani di
Otello: la Serenissima lo richiama in patria, sostituendolo
a Cassio. Jago, temendo di vedere rovinato il suo piano,
aizza nuovamente Roderigo contro Cassio. Otello delira per
la gelosia, maledice Desdemona e si abbatte a terra in
convulsioni, mentre Jago l’osserva con scherno.
ATTO QUARTO. Desdemona soffre per l’atteggiamento di
Otello, che le appare incomprensibile. Non le resta che
pregare e sperare nell’aiuto del cielo. Entra Otello
agitatissimo e la accusa di amare Cassio. Desdemona nega,
giura di essere innocente, ma invano: Otello la soffoca con
un cuscino. Accorre Emilia ed annuncia che Roderigo è
rimasto ucciso nel tentativo di assassinare Cassio. Vedendo
il corpo esanime di Desdemona grida ad Otello che ha ucciso
un’innocente. Entra Jago e minaccia Emilia, ma la donna ne
rivela l’intrigo; anche altri sopraggiungono con la notizia
che Roderigo, prima di morire, ha confessato tutto. A Jago
non resta che fuggire mentre Otello, disperato, bacia per
l’ultima volta Desdemona e si immerge il pugnale nel petto.
NOTE

Il cosiddetto luogo comune ha sempre la sua parte di verità;
l’importante è saperla interpretare. Un luogo comune ritrito
vorrebbe Verdi intento alla composizione di Otello perché
agitato dallo scossone wagneriano. Certamente Verdi sente la
presenza di Wagner; non può ignorare il formidabile fatto
nuovo entrato nella storia del teatro musicale e della
musica. Ma per lui, uomo intellettuale, uomo d’intelligenza
oltre che di un genio nativo, è una presenza viva,
elettrizzante. Lo incoraggia, gli raddoppia la lena. E’ una
nuova prova che si aggiunge alle altre circa la verità
storica del suo teatro. Una testimonianza che viene a dargli
sicurezza; a confermagli come egli, italiano, abbia creato
un dramma italiano secondo valori universali, recando una
zampata leonina alla vita morale, spirituale e civile
dell’Europa ottocentesca. D’ora in poi Verdi sente che
saranno in due, soltanto in due, a tirar le somme di tre
secoli di teatro e di musica. E tutta una nuova fede, un
rigoglio pullulante e sanguigno sommuove il suo spirito in
immagini giovanili; tutta l’innervatura di scene e di
personaggi entra nel ritmo definitivo. Superata la crisi di
raccoglimento che sta tra Aida e Otello più nulla, ora,
scuoterà le vecchie e le nuove figure della fantasia
verdiana.
L’incontro di Verdi e di Wagner è questo, senza alcuna
diversa evasione. La felicità di tale incontro è la lettera
estrema che si ricava dalla nuova critica verdiana. Resta
soltanto da vederlo, l’ “Otello”, nel quadro del personale
dramma verdiano. E dramma, qui, sta a significare vita
spirituale di un inventore di musiche, di ritmi umani, di
attività morali. Sta ad indicare la sola condizione per la
quale un musicista possa sfuggire ai pericoli di certo
pacifismo creativo; vivere perennemente su un piede di
guerra, verso la materia di cui si dispone, verso se stesso,
le proprie figure, la proprie immagini; verso gli altri,
tutti gli altri, sia nel subirne le influenze che nel
combatterle.
Su questo piede di guerra Verdi c’è sempre stato, sino alla
morte. Non contro Wagner. Non contro il mondo del nuovo
secolo, ch’egli vide appena nascente quando stava per finire
la sua vita terrena e del quale dovette pure intuire
l’apparizione per gli annunci uditi ancora al di là del
limite temporale.
Ma di guerra con la propria struttura melodrammatica, con la
propria forma melodrammatica, il Verdi dei grandi personaggi
e dei grandi sentimenti; in guerra con quel suo mondo
risonante e profondo, evidente e scattante.
La guerra di Verdi si immerge nella materia e la sconvolge,
la butta all’aria. Una guerra di cinquant’anni, cominciata a
colpo sicuro con la ribellione del Nabucco e culminata nei
costumi nuovissimi del Falstaff. E’ l’arra migliore
dell’unità di Verdi; una guerra come desiderio,
affermazione, rinnovamento di vita.
Qualunque pretesa di classificare, suddividere, ridurre a
schemi si ridurrebbe a formula e contrasterebbe in modo
palese con la realtà. Dire dramma personale, lotta con le
proprie forme, rifusione di materiali espressivi però non
basta. Specie in Otello. Bisogna indicare i passaggi, i
trapassi; vedere come prenda vita, adesso, il segno sempre
vivo che sta sulle scene di Verdi, sui personaggi di Verdi.
Qui è tutto il pullulare, il muoversi, il trapassare di
forme melodrammatiche. Le forme melodrammatiche di Verdi.
Gli scoppi, le folgorazioni, i galoppi dello stile di Verdi.
E Otello ne diventa paradigma basilare. I bagliori, le
impennate, le scosse per cui quasi tutto il primo atto
s’innerva e si articola. Suoni, sonorità, ritmi che sono per
loro natura verdiani, assolutamente verdiani. Le spezzature,
gli slanci di quella tempesta. Le canzoni di gioia, di
taverna, i primi disegni di personaggi che si delineano con
i recitativi: Jago e Roderigo, Cassio e Montano; la furia e
la forza bruta del Moro. Cosmico, favoloso questo primo
atto, che ti fa stare con il cuore in gola.
E Desdemona medesima supera l’incoerente ingenuità del
personaggio shakespeariano per essere sentita nella musica,
con la musica, femminile e tenera, poetica e fantasiosa. E
ancora, il suo lungo lamento nel terzo atto, dov’è tutta la
sua vita interiore a crollare. E la preghiera, la canzone, i
trasalimenti dell’ultimo atto. E lo scoppio verso Emilia,
l’unica persona che ancora le sia vicina. La “pietas”
cristiana di Verdi, che sola potrebbe essere argomento per
un intero libro.
Ma tutto il resto dell’opera, ogni altra figura vive nel
linguaggio acceso del musicista. La vita del protagonista,
primordiale e bruta, lampeggiante di aspirazioni, incapace
di uscire da un cerchio che le si stringe addosso. La morsa,
il maglio che batte alle tempie di Otello, e i suoi
monologhi cupi, le bufere che tutto oscurano.
E le sottigliezze estreme cui Verdi giunge nella pittura di
Jago. La stessa precisione stilistica che potrebbe usare un
Flaubert. Il “sogno”, i recitativi, il duetto con Cassio nel
terzo atto. Brani troppo noti e amati da tutti per dovercisi
soffermare.
La novità del linguaggio usato nell’ Otello riguarda,
sempre, la guerra che Verdi muove a se stesso, l’inquietezza
nella quale tiene la materia musicale. Ed essa non può
quindi indugiare in ripetizioni. Deve camminare, dire cose
nuove. Avviandosi verso le zone selvagge ed inesplorate
dell’arte. Quello che, in definitiva, Verdi ha sempre fatto.
Franco Bombelli
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