|
Fondazione Teatro Coccia
|
 |
La Stagione del Teatro Coccia
>
Stagione Concertistica da Camera

“FRANCESCO LIBETTA”
Pianoforte
In collaborazione con la “Associazione Amici della Musica
Vittorio Cocito”
CONCERTO - STAGIONE CONCERTISTICA DA CAMERA
Mercoledì 2 maggio 2007 ore 21,00
Programma
IGOR STRAVINSKY - Sonata – Adagetto
OTTORINO RESPIGHI - Tre preludi
I. PIZZETTI Da La Pianella:
L’Estampie Royale - La danza dello sparviero - Le quai du
port du Famagouste
FRYDERYK CHOPIN - Polacca op. 40 n.1 - Nocturne op. 32 n. 1
Valzer op. 70 n. 1 - Mazurke op. 33 nn. 2 e 3 - Preludio op.
28 n. 7
Studio op. 25 n. 7 - Valzer op. 64 . 2 - Valzer brillante
op. 18 - Polacca op. 53
INTRODUZIONE

Nel 1925 Strawinsky si accinse alla composizione della
Serenata in la per pianoforte. La sua destinazione non
era la sala da concerto, ma la sala d’incisione, secondo gli
accordi presi con Brunswick; tuttavia l’occasione auspicata
si realizzerà soltanto nel 1934. Strawinsky concepì un brano
che si apre con un Hymne, nel quale il tema si
presenta martellante in forte, poi in eco, indi ancora
ritorna in forte, per quindi sperdersi in una soffusa
atmosfera. Segue una Romanza, sorta di romanza senza
parole, tripartita, con una parte mediana dalla linea
melodica lirica variamente sviluppata; si giunge quindi al
terzo movimento, un Rondoletto nel quale incessante
risalta il lavorio della mano sinistra e sul quale emerge un
tema che va e viene. Chiude la Serenata una Cadenza
finale, dall’atmosfera delicata, ma nella quale si
sentono, come un nastro che scorre, il girare incessante dei
frammenti melodici
Al principio del Novecento si cominciò a riscontrare un
interessamento per la riscoperta del patrimonio musicale
antico, in nome di una ricerca di rinnovamento della musica
italiana strumentale, in contrasto al diffuso gusto per il
melodramma. Ne furono artefici principali coloro che vennero
etichettati da Massimo Mila come “la generazione dell’80”,
prendendo spunto dal decennio della loro nascita. A tal fine
nel 1911 ne venne fuori un manifesto, molto idealistico più
che pratico, redatto da Bastianelli, nel quale si dichiarava
che “Oggi noi, Renzo Bossi, Ildebrando Pizzetti,
G.Francesco Malipiero, Ottorino Respighi ed io, vogliamo
operare il risorgimento della musica italiana, della vera,
della nostra grande musica, la quale dalla fine dell’aureo
settecento ad oggi è stata, con ben poche eccezioni,
strascinata nella tristezza e nell’angustia dell’affarismo e
del filisteismo”. Prendono così vita, ad opera di
Ottorino Respighi, alcune trascrizioni per pianoforte di
intavolature per liuto o, soprattutto, i Tre Preludi
sopra melodie gregoriane, terminati dal compositore nel
1921. Questi consistono in un Molto
lento-Tempestoso-Lento che riecheggiano sì l’antico, ma
non si tratta di melodie gregoriane armonizzate, quanto
piuttosto di un sentimento arcaicizzante che ammanta una
struttura contemporanea. Nel 1926 il compositore non
resistette a farne una versione con orchestra, dandogli il
titolo di “Vetrate di chiesa”.
Nel 1912 Gabriele D’Annunzio cominciò a dedicarsi alla
stesura dell’opera La Pisanella, dramma ambientato in
un medioevo non ben collocato e lo mise in scena a Parigi,
al teatro Châtelet, nel Maggio del 1913. Egli si rivolse a
Ildebrando Pizzetti (o meglio Ildebrando da Parma, come lo
chiamava il poeta) per le musiche di scena e costui compose
dodici numeri per orchestra di trentasei elementi ed una
voce femminile, mettendo in pratica le richieste del Vate
che essi fossero “un tenue polverio musicale … come il
prolungamento del canto e dell’incanto”.
In una lettera alla moglie Gerda, Ferruccio Busoni l’11
Agosto 1912 riferiva di aver conosciuto a Parigi Gabriele
d’Annunzio, che “è simpatico, pensa con rapidità e
vivacità, narratore affascinante – un po’ ‘profumato’,
ricercato e, allo stesso tempo, ogni tanto timido e
imbarazzato … Ci raccontò del suo ultimissimo lavoro, che è
scritto ‘sul corpo’ (alla lettera) di M.lle Rubinstein e
che, per la molta parte mimica e danzata, ha bisogno di
tanta musica”. L’opera in progetto era appunto “La
Pisanella”. L’anno seguente, 1913, Busoni rincontrò,
sempre a Parigi, il Vate ed alla moglie ancora raccontava
per lettera il 24 Giugno: “Questa sera vado a vedere ‘La
Pisanella”; ed il giorno seguente causticamente:
“Ieri sera, Théatre du Châtelet. Sala piena, soprattutto
signore … Sipari con grandi disegni à la Reinhardt. Dietro
il sipario, un altro sipario ancora. Segnale di tam-tam. La
prima scena mostra una sala del Cremlino. Come ci è capitata
a Cipro? Gospodin Baskt (del Balletto russo) l’ha dipinta.
Anche la signorina Rubisntein è russa. La metà del pubblico
– me ne accorgo ora – è composto di donne russe …Il primo
atto è noioso e non ha presa. Una mendicante invisibile
canta dietro le scene e parla dietro le scene. Si sente che
quella che canta e quella che parla sono due persone
diverse.
La scena del secondo atto raffigura un porto. È tutto
rosso, muri rossi, molo rosso, navi rosse: frammezzo un po’
d’acqua azzurra. La schiava Rubinstein è messa all’asta; poi
viene il giovane re che le dà il suo cavallo bianco e il suo
mantello bianco e la signorina Rubinstein esce a cavallo in
trionfo. Non ha danzato e non ha parlato, è solo stata ritta
sulla scena strettamente fasciata in una stoffa a disegni
quadrangolari.
Terzo atto: scena incomprensibile. Entrano parecchie suore e
allora si capisce che siamo in un convento – chiostro,
convento?
Sono così stanco e così irritato che esco sotto la pioggia…
So che la Pisanella viene soffocata fra le rose, nell’ultimo
atto. Da ciò il nome: la mort parfumée”.
Castelnuovo-Tedesco fece una riduzione di alcune parti per
pianoforte, fra cui l’Estampie dal I atto, ed il
famoso porto di Famagosta (per Busoni
incomprensibilmente tutto rosso). La collaborazione fra
Pizzetti e D’Annunzio produrrà anche le musiche di scena per
Fedra e La Nave.
Mazurka è un termine che indica una danza popolare
originaria della zona di Varsavia e detta mazur o
mazurek, dall’andamento ternario con gli accenti sul
secondo e terzo tempo. Esistevano naturalmente delle
varianti come l’oberek, più veloce e popolare, e il
kujawaiak, che presentava un una successione di
lento, veloce, ripresa del lento e coda in accelerando.
Chopin scrisse le tre Mazurke op.63 nel 1846 e, come
al solito, attese prima di consegnarle all’editore, poiché
nella sua concezione “il tempo è la miglior censura, e la
pazienza il più perfetto maestro”. Sono le ultime
composte e nel Vivace, Lento ed Allegretto
rivive il ricordo dei temi popolari dell’infanzia
“l’ombra del ricordo che danza con l’ombra del rimpianto al
suono di una lontana melodia” (Cortot). Agli anni
1837-38, il periodo della rottura del legame sentimentale
con Maria Wodzińska, risale la composizione delle Mazurke
op.33, La n.2, Semplice, utilizza strutturalmente
la forma tripartita e “provocò una famosa disputa fra
Chopin e Mayerbeer: questi sosteneva che il ritmo della
mazurca fosse non di tre tempi, bensì di due; Fryderyk
gliela suonò più volte, scandendo ad alta voce il ritmo
ternario e marcando col piede ogni primo tempo di battuta,
ma l’altro non se ne convinse, facendo infuriare Chopin”.
La terza mazurka, Vivace, presenta una prima sezione
con un tema “popolareggiante” ed una seconda di andamento
più tranquillo; segue ripresa della prima parte.
Ancora ispirato alla Mazurca è il Preludio op.28 n.7,
risalente al 1836, un Andantino che scorre via in un
batter d’occhio per quanto è breve.
Nel 1838 si colloca la nascita della Polacca op.40 n.1,
brano dalla forma tripartita, che, storicamente, si
ispirerebbe all’episodio della battaglia di Vienna nella
quale Giovanni III Sobieski sconfisse l’esercito turco il 12
Settembre 1683, impedendone l’ulteriore avanzata in Europa.
Lo Studio op.25 n.7, Lento, risalente al 1836,
in quanto “studio” deve prendere in considerazione un
problema tecnico: in questo caso l’uso del pollice sui tasti
neri. Anche il Notturno op.32 n.1, in si magg.,
Andante sostenuto, risale a questo periodo o poco dopo:
un tema iniziale, poi un secondo, che tratteggia elementi
del precedente, poi una cadenza ed una coda che chiude in
un’atmosfera drammatica il brano e in modo minore.
I Valzer sono composizione nate per i salotti parigini, per
essere eseguiti nell’alta società che Chopin frequentava:
“Eccomi lanciato! Faccio parte dell’alta società senza
sapere io stesso come ciò sia avvenuto” scriveva
all’amico Dziewanowski. In forma tripartita il valzer
op.70 n.1, con due temi nella parte A e due nella B; in
forma di rondò l’op.64 n.2, con un primo tema e a
seguire un secondo che ritorna a creare una successione di
ABCBAB; e certamente di sicuro effetto è il Valzer
brillante op.18 nella forma della “collana di valzer”,
come si usava a Vienna (città dove anche fu composto nel
1831), ovvero una introduzione con cinque valzer di seguito
e coda conclusiva.
FRANCESCO LIBETTA

La multiforme carriera di compositore, direttore e pianista,
ha portato Francesco Libetta a tenere concerti nelle sale di
tutto il mondo: alla RTSI di Lugano e per la RAI, al Lincoln
Center di Miami in Florida, alla Sala Verdi di Milano (con
più di dieci concerti per Serate Musicali), a Tokyo (Yamaha
Hall e Casals Hall); e ancora a Napoli, Palermo, Brescia,
Roma, Firenze, New York, Miami, Londra, Osaka, Stoccolma,
Oslo, Parigi, Hong Kong, in Spagna, Romania, Germania, etc.

Ha ricevuto commissioni da associazioni e festivals europei,
giapponesi, statunitensi per composizioni orchestrali,
cameristiche ed elettroacustiche. In collaborazione con
Naive e il Festival de La Roque d’Anthéron il celebre
regista Bruno Monsaingeon ha realizzato un film e un dvd
dedicato alle sue interpretazioni e alla sua figura di
artista mentre Jonathan Tolansky gli ha dedicato un servizio
della serie Soloist of the Century, trasmesso dalla TV
britannica RTE.
Harold Schonberg scrive di lui che: “Maestro di ogni periodo
o stile, Libetta è il migliore rappresentante del gusto
moderno (...) che considera il virtuosismo non come
funambolismo, ma come un mezzo, dove il significato musicale
è più importante di una tecnica che lascia allibiti.”
(“American Record Guide”).
Nella sua carriera Francesco Libetta si è distinto per
l’esecuzione dei 53 Studi di Godowsky sugli Studi di Chopin,
definiti da A. Cantù “Corpus monstre che da ottant’anni
aspettava la prima esecuzione mondiale” ; ha eseguito le 32
Sonate per pianoforte di L. van Beethoven, gran parte delle
opere di F. Chopin, e ha intrapreso una ricerca approfondita
per riscoprire un repertorio pianistico meno eseguito: le
trascrizioni di Liszt da opere di Wagner, pagine rare di
Paisiello, Mercadante e altri autori meno noti. “Oltre
l’ingegnoso, sorprendente programma e l’alto grado di
virtuosismo necessario per affrontarlo, l’interprete
esibisce un pianismo colto e raffinato, dove il peso e il
colore di volta in volta prescelto appare sempre
appropriato, con una predilezione per i toni leggeri e
sussurrati solitamente carente nei virtuosi.” (E. Girardi,
“Corriere della Sera”).
Tra le sue registrazioni si annoverano varie opere di
Schumann, le Variazioni Diabelli di Beethoven, l’integrale
delle trascrizioni di Liszt da opere di Wagner, Sonate di
Mozart, oltre a composizioni di Debussy, Brahms e Ravel.
I suoi cd e i suoi video sono pubblicati da Agorà (Italia) e
da V.A.I. (Stati Uniti).
Francesco Libetta ha studiato in Italia, in Francia e in
Russia prima di stabilirsi a Lecce, dove insegna Musica da
Camera e Storia dell’Interpretazione Musicale presso il
Conservatorio T. Schipa.
Lo scorso maggio ha debuttato con grande successo al
Festival Internazionale “A. Benedetti Michelangeli” di
Brescia e Bergamo dove la critica gli ha riconosciuto “un
talento giovane ma di grandissimo spessore, annunciato come
uno dei pianisti più ispirati e creativi della sua
generazione. (…) Il virtuosismo di Paganini, riversato da
Brahms nelle sue Variazioni, attraverso le mani di Libetta
viene ripensato in modo ora arroventato ora dolcissimo, ora
pulito e martellante.” (N. Spagna, “Bresciaoggi”).
|