Fondazione Teatro Coccia

 

 

 

La Stagione del Teatro Coccia > Cabaret> Gaspare e Zuzzurro



Gaspare e Zuzzurro in
“CIÒ CHE VIDE IL MAGGIORDOMO”

di Joe Orton
con Nino Formicola e Andrea Brambilla
Regia di Andrea Brambilla
Produzione Fox & Gould
OGGI… RISO - TEATRO COMICO E CABARET

Martedì 20 febbraio 2007 ore 21,00

 

PRESENTAZIONE

In Ciò che vide il maggiordomo Orton riprende temi ricorrenti della nuova drammaturgia britannica (paura alienazione, omosessualità, violenza, potere) con uno stile personale che trova nel dialogo paradossale e arguto in parte influenzato da Wilde e dal teatro dell'assurdo, un risultato espressivo notevole supportato da una costruzione dell'azione brillante e frenetica. L'azione si svolge interamente e in tempo reale nello studio psichiatrico del dottor Prentice. Situazioni imbarazzanti, tentativi di seduzione, scambi d'identità, aggressioni e inseguimenti. In una folle corsa fatta di litigi, diagnosi affrettate e nascondimenti tra corsie e infermerie troviamo oltre al protagonista un apprendista segretaria un po' troppo ingenua, la moglie nevrotica e ninfomane del primario, un allucinante e irreprensibile ispettore sanitario, un giovane e maldestro fattorino d'albergo, un poliziotto con dubbie capacità investigative. In Ciò che vide il maggiordomo il ritmo sfrenato delle battute e l’ossessione per la trama ricordano la struttura del vaudeville francese, e del teatro dadaista. Orton si diverte a costruire un meccanismo ad orologeria che fa saltare qualunque certezza e stravolge tutte le logiche, con una grande sagacia linguistica tipicamente inglese, tratteggiando, però, dei personaggi assolutamente credibili.

JOE ORTON

Nato nel 1933 a Leicester, Joe Orton si iscrisse nel 1951 alla Royal Academy of Dramatic Art a Londra. Noto alle cronache anche per la sua vita scandalosa: omosessuale, condannato a sei mesi per furto e danneggiamento di libri in una biblioteca pubblica, e infine ucciso dal suo amante, Kenneth Halliwell, che subito dopo si suicidò. Ha esordito nel 1964 con Il ceffo sulle scale (The Ruffian on the Stair), scritto per la radio e trasformato nel 1966 in un atto unico per il Royal Court con il titolo Il campo di Erpingham (The Erpingam camp): un campo di vacanze è paragonato a un lager. Entertaining Mr Sloane (1964) e Il malloppo (Loot, 1965-1966) lo hanno fatto conoscere come maestro della commedia macabra. Seguono La buona e fedele serva (The Good and Faithfull Servant, 1967), scritto per la televisione, e due opere allestite postume: Funeral Games e Ciò che vide il maggiordomo (What the Butler saw, 1967), dove sono messi in ridicolo le convenzioni sessuali e l’istituto matrimoniale. Orton è stato il primo ad imprimere alla commedia tradizionale inglese degli anni ’50 una nuova vitalità, grazie al suo talento linguistico e alla padronanza dei meccanismi di comicità. Le sue opere irridono ai valori borghesi, tenuti in scarsissimo conto dai suoi personaggi non appena si scontrano con i loro interessi personali.
“In un mondo governato da individui folli – scriveva Joe Orton sul Radio Times della BBC in occasione della messa in onda della sua prima commedia, nel 1963 – lo scrittore non può fare altro che descrivere le gesta dei folli, o delle loro virtù. E poiché il mondo è un luogo insensato e crudele, lo scrittore che così lo rappresenta viene accusato di non prendere sul serio ciò che descrive. Ma ridere di questo mondo è cosa molto seria, e la satira un’arma più pericolosa della tragedia. Per questo i tiranni ne hanno timore.”
Come tutti i grandi scrittori satirici, Joe Orton aveva una visione senza fronzoli della realtà. E nel rappresentarla aveva il coraggio – “la sfacciataggine”, secondo i ben pensanti – di dire l’indicibile, mettendo a nudo la natura folle e bestiale dell’uomo, denunciando “l’assenza di valori umani di base” nella società, asserendo che le regole morali che ci diamo altro non sono che “eroiche illusioni - lusso delle società più ricche”. Inevitabilmente, ogni opera letteraria o teatrale riflette in qualche modo la visione che il suo autore ha del mondo in cui vive. Ed è innegabile che Orton vedeva il suo mondo basato su due grandi capisaldi: l’incontrollabile sfrenatezza della pulsione sessuale e la speciosità delle regole morali che la società si impone per camuffarla. Dal conflitto tra la natura bestiale dell’uomo e la pretesa dell’uomo stesso di contenerla entro i limiti accettati, dal comune senso della decenza, scaturisce l’irresistibile gioco teatrale di Orton. I suoi personaggi si dibattono sempre assurdamente in bilico tra l’incontrollabile pulsione sessuale e il bisogno – indotto dalle regole sociali – di apparire “normali”. Non è casuale che in Ciò che vide il maggiordomo i due personaggi principali siano due psichiatri. Uno addirittura ufficialmente preposto a verificare e a certificare la follia degli altri – perfino quella del suo collega – in un contesto in cui la follia generale discende dall’impossibilità di controllare i propri impulsi sessuali, o di subirli: la rappresentazione delle “gesta dei folli, o delle loro vittime”, appunto. Che Orton – ucciso a martellate dal suo amante nel 1967, all’età di 34 anni – abbia pagato con la vita l’applicazione pratica di queste sue convinzioni non toglie e non aggiunge alcunché al valore delle sue opere. Tutt’al più la sua vita – fortemente caratterizzata da una sessualità aggressiva e trasgressiva e da una spiccata natura anarcoide – ci serve a rintracciare la fonte della sua ispirazione. Ispirazione che, non senza difficoltà, trova il suo legittimo sfogo nella Londra dei favolosi anni ’60. La Londra delle minigonne e dei Beatles, dello svecchiamento gioiosamente rivoluzionario di una società fino ad allora abbarbicata alle sue decrepite tradizioni di grande potenza coloniale. Senza la travolgente ondata di rinnovamento degli anni ’60 la voce di Orton sarebbe forse rimasta soffocata tra le spire della censura, che pure tentò di zittirla – ritardandone quantomeno la rivelazione – tramite i suoi inconsci complici: miopi editori e pusillanimi impresari teatrali. D’altronde, il commediografo è un individuo marginale, uno che vive al di fuori dei confini della vita convenzionale e acquista – se l’acquista – ascendente e autorevolezza proprio perché non può essere controllato dalle istituzioni sociali. E la sua risata è il messaggio che egli trasmette dal suo volontario isolamento. E’ lo sberleffo di un emarginato che così si vendica di un mondo ridicolo, ipocrita, violento. Un mondo che Orton sceglie di osservare dal punto di vista privilegiato del maggiordomo che guarda dal buco della serratura, spiando i deliri e le intemperanze dei suoi personaggi senza mai giudicarli, ponendosi come folle osservatore tra i folli osservati.