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Fondazione Teatro Coccia
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La Stagione del Teatro Coccia
> Stagione Concertistica da Camera
> Olaf John Laneri

“OLAF JOHN LANERI”
Pianoforte
Giovedì 24 gennaio 2008 ore 21.00
Programma
L. VAN BEETHOVEN
Variazioni sopra un tema di Paisiello: “Nel cor più non mi
sento”
Sonata in do min. op. 13
F. LISZT
Egloghe - Orage (da Années de Pélerinage. Première Année.
Suisse)
F. CHOPIN
Sonata in si bem. min. op. 35
Ballata in sol min. op. 23
In collaborazione con

OLAF JOHN LANERI

Olaf John Laneri nasce a Catania e qui inizia, all’età di
sette anni, i suoi studi musicali con A. M. Ritter. Consegue
il diploma con lode e menzione al Conservatorio di Verona
sotto la guida di L. Palmieri; prosegue, quindi, la sua
formazione artistica a Bolzano con N. Montanari, a Parigi
con M. Rybicki e all’Accademia Pianistica di Imola, dove
studia con P. Rattalino, R. Risaliti, e F. Scala, e dove si
diploma come Master nel settembre del 1998. Dopo diverse
vittorie in competizioni nazionali, risulta laureato ai
concorsi internazionali di Monza, di Tokyo e di Hamamatsu.
Nell’estate del 1998 vince la cinquantesima edizione del
prestigioso «Concorso F. Busoni» di Bolzano (secondo premio
“con particolare distinzione”; il primo premio non viene
assegnato), dove già l’anno precedente si era segnalato tra
i finalisti; e nel 2001 ottiene il secondo premio al World
Music Piano Master di Montecarlo. Delle sue Variazioni
sopra un Tema di Paganini di Brahms, unica esecuzione di
un italiano inserita nel cd pubblicato per festeggiare il
Cinquantesimo del «Concorso Busoni», A. Cohen scrive
nell’«International Piano»: «La migliore esecuzione dal vivo
che abbia mai sentita».
Ha al suo attivo circa 300 concerti; viene invitato a
suonare per rinomate stagioni in Italia e in Europa come
solista e con orchestra (Orchestra da Camera di Padova e del
Veneto, l’Orchestra dell’Arena di Verona, con la Symphony
Orchestra di Tokyo, con l’Orchestra Filarmonica di
Montecarlo e con l’Orchestra della Radiotelevisione
Slovena), collaborando con direttori quali Lawrence Foster,
Tomas Hanus e Lior Shambadal. Ha suonato al Festival di
Brescia e Bergamo, al Teatro Olimpico di Vicenza, al Teatro
Bellini di Catania, alla Sagra Malatestiana di Rimini, al
Tiroler Festspiele in Austria, alla Radio della Svizzera
Italiana a Lugano, al Festival della Ruhr, alla Herkulessaal
(recital registrato dalla radio tedesca) e al Gasteig di
Monaco, alla Salle Gaveau e per Radio France a Parigi, in
Salle Molière a Lione, al Festival Paderewski e al Festival
Chopin in Polonia, all’Opéra di Montecarlo. È stato invitato
a suonare all’inaugurazione della Biblioteca della Sala
Borsa di Bologna e a Berlino per la chiusura della mostra
dedicata ai disegni (per la prima volta riuniti) di
Botticelli sulla Divina Commedia di Dante.
Il suo repertorio comprende l’intero corpus delle Sonate
di Beethoven, che ha iniziato a presentare tutte a Bologna
per il Circolo della Musica.
Reduce da una serie di concerti con l’Orchestra dei
Pomeriggi Musicali di Milano, fra i suoi prossimi impegni
sono previsti concerti per il Musée Debussy a Parigi, al
«Festival de Piano» di Lille, per gli Amici della Musica di
Verona, per l’Accademia Filarmonica di Rovereto; inoltre il
Secondo Concerto di Brahms con i Berliner Symphoniker
(con cui lo ha appena eseguito nel concerto di apertura
della stagione degli Amici della Musica di Foligno) alla
famosa Philharmonie di Berlino.
NOTE MUSICOLOGICHE

L'8 Marzo 1794, presso il Teatro di Corte, a Vienna, venne rappresentata l'opera di Giovanni Paisiello “ La Molinara ”. Essa fu riproposta ancora nel Giugno del 1795, questa volta al Teatro Kärntnerhor, suscitando plauso fra il pubblico. Celebre, sin dalla sua prima esecuzione avvenuta nel 1788 a Napoli, rimase la melodia del duetto “ Nel cor più non mi sento ”, nel secondo atto, fra la protagonista Rachelina e Calloandro e poi fra lei ed il notaio Pistofolo. Come spesso avveniva nel XVIII secolo, quando una parte di un'opera aveva successo ci si affrettava a pubblicarla, in modo che i tanti appassionati di musica potessero usarla come passatipo salottiero e potessero anche far nascere vari adattamenti strumentali. Nel caso di Paisiello la brevità e la bellezza della melodia fecero sì che diversi compositori, nel corso dei decenni, si cimentassero nello scrivervi sopra serie di variazioni: da quelle di Paganini per violino solo a quelle del meno conosciuto Bartolomeo Bortolazzi per mandolino e chitarra, da quelle di Bottesini a quelle di Morlacchi o, ancora, a quelle “Variazioni di bravura” per voce e pianoforte scritte dalla grande cantante Maria Malibran e pubblicate a Milano nel 1844 circa.
Quando l'opera venne rappresentata a Vienna - come tramandò in un aneddoto Wegeler, amico del compositore - Beethoven “era seduto in un palco dell'opera con una signora … quando la familiare ‘Nel cor più non mi sento' giunse, la signora disse che possedeva alcune variazioni sul tia, ma che le aveva perse. Quella stessa notte, Beethoven scrisse sei variazioni sulla melodia e il mattino seguente le inviò alla dama”. Esse sono piacevolissime, lineari nel loro andamento, ed usano l'ornamentazione, come nella prima; un gioco di arpeggi, come nella terza; la tonalità minore e l'andamento lento, come nella quarta; le volatine nel registro acuto, leziose, come nella quinta; i ribattuti come nella ricca variazione sesta. “Sono così facili – proseguiva Wegeler – che è come se Beethoven avesse voluto che lei fosse in grado di suonarle a prima vista”.
Beethoven veniva considerato un pianista virtuoso e nei salotti aristocratici, come scriveva Carl Czerny, “sapeva produrre un effetto tale su ogni ascoltatore, che nessun occhio rimaneva asciutto; molti addirittura scoppiavano in singhiozzi, poiché vi era qualcosa di meraviglioso nella sua espressione … al termine di un'improvvisazione di tal genere prorompeva in una risata e canzonava i suoi ascoltatori per l'iozione che egli stesso aveva provocato in loro”. A Vienna, fra il 1798 ed il 1799, compose la Sonata op.13, edita nell'autunno del 1799 e “Dédiée A Son Altesse Monseigneur le Prince Charles de Lichnowsky”, uno dei suoi mecenati, nella cui dimora risiedette per alcuni anni. Il nomignolo di “Patetica” comparve nella prima edizione e “non è un caso che questa Sonata si chiami ‘Patetica', perché ha veramente un carattere appassionato molto ben definito. Una grande malinconia si annuncia nel Grave pieno d'affetto e, modulando con dolcezza nella tonalità di do minore, che interrompe breviente l'Allegro con fuoco , esprime l'impetuoso slancio di un vigoroso stato d'animo”, si leggeva all'epoca sulle pagine dell' Allgieine Musikalische Zeitung . La sonata inizia con un'introduzione Grave dal tia lirico che sfocia nell' Allegro . Qui troviamo due tii (uno vivace ed un secondo melodico), una elaborazione basata principalmente sul primo, la ricomparsa del tia del Grave , poi i due tii ed ancora l'eco dell'introduzione, che porta alla conclusione del movimento con un breve ricordo del tia primo. All' Adagio , costruito come un'aria, segue un Rondò : un tia che ricorre in alternanza all'altro materiale. Come l'idea di un legame fra inizio e fine scorre nel movimento primo, così anche in questi due movimenti troviamo spunti che ricompaiono lungo il cammino.
“Avendo percorso allora molti paesi sconosciuti, molti luoghi diversi, molti luoghi votati alla storia ed alla poesia; avendo compreso che gli aspetti della natura e gli scenari che le sono legati non sono passati davanti ai miei occhi come delle vane immagini, ma che hanno smosso delle profonde iozioni nella mia anima, che si è stabilito fra loro e me una relazione indefinita ma immediata, un rapporto indefinito ma reale, una comunicazione inspiegabile ma certa, ho provato a rendere in musica alcune delle mie più forti sensazioni, delle mie più fervide percezioni”. Così scriveva Franz Liszt nella prefazione alla pubblicazione nel 1855 dei suoi “ Années de pèlerinage ”, raccolta divisa in tre parti: una dedicata alla Svizzera e due all'Italia. Fra il 1835 ed il 1836 aveva composto alcuni pezzi per pianoforte che costituivano l' “ Album d'un voyageur ”: era quello il periodo del suo viaggio in Svizzera, quando la contessa Marie d'Agoult aveva abbandonato il marito per seguirlo e intraprendere una relazione che sarebbe durata dieci anni e dalla quale sarebbero nati tre figli. Alcuni brani dell'album (eccettuati Orage ed Eglogue non presenti), revisionati fra il 1848 e 1854, costituirono la prima parte degli Années de pèlerinage . Suisse. Certo non mancano difficoltà tecniche negli Années , ma si rileva un universo di sensazioni terrene, come riferito nella prefazione; la forma dei brani è libera e solo in Orage possiamo trovare l'eco di una czarda ungherese.
Nel 1835 Chopin conobbe Maria Wodziska, della quale s'innamorò. I rapporti cessarono nel 1837. Si presume che fu in quest'ultima occasione che il compositore concepì la Marcia funebre che divenne il terzo movimento della Sonata op.35, mentre tra il 1838 ed il 1839 vennero scritti il primo e quarto movimento. La sonata principia con un “ Grave-doppio movimento ”: un'introduzione lenta brevissima, poi due tii contrastanti, una complicata parte centrale di elaborazione della prima melodia ed una ripresa inconsueta del solo secondo tia (invece che di entrambi). Il secondo tipo nacque sul finire dell'estate del 1839 ed è uno “ Scherzo ”, che presenta nella sua parte centrale, Trio, una melodia tratta da una canzone popolare polacca: “ L'impossibilità ”. Il quarto movimento “ Presto ” è uno studio di agilità, nel quale le due mani eseguono a distanza di ottava la stessa parte: una chiusura alquanto atipica per una sonata. Ma l'op.35 non ha un andamento propriamente classico, tanto che Schumann scrisse: “un capriccio o un'audacia sotto la denominazione di sonata fa contrabbando dei quattro più folli figli del suo spirito”. E sipre Schumann a proposito della Ballata op. 23 ebbe a dire che era “una delle sue opere più selvagge e caratteristiche”. Costruita anch'essa in forma inusuale, con un'introduzione, due tii ed una chiusura in dissonanza, fu dedicata al Barone di Stockhausen (che aveva preso lezioni di pianoforte da Chopin) ed edita nel 1836.
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